Per quanto antico possa essere il gioco del poker, non è mai uguale a se stesso. E forse, il suo fascino è proprio questo: prendere un mazzo da 52 carte e scoprire che per quanto sia immutato nel tempo, il metagame sia in continua evoluzione. Che si tratti di MTT, Spin&Go, tornei multitavolo e chi più ne ha più ne metta.

Parafrasando uno dei tantissimi film di Totò, nel titolo abbiamo volutamente scritto che chi si ferma è perduto. Dal punto di vista psicologico, la consapevolezza di non potersi mai sedere sugli allori e di dover sempre studiare per migliorare e rimanere al passo con i tempi non è facile da digerire, nel contesto di un gioco di carte apparentemente semplice.

Parola d’ordine: motivazione

Tutto si riduce ad un concetto chiave, quello della motivazione. Se viene a mancare questa, un giocatore di poker per quanto talentuoso è destinato a fallire, presto o tardi. Ecco perché tanti aspiranti player si fanno consumare dal fuoco di una passione che, se non viene alimentato dallo studio costante, è destinato a spegnersi. Perché non si scappa: chi non si adegua, perde – varianza o non varianza.

Non che sia semplice, per carità. Anche i top player spesso vivono momenti di sbandamento. Basti pensare a quei tanti grandi giocatori che magari per anni non riescono a fare risultato: spesso è proprio a causa di una sorta di delirio di onnipotenza, che li spinge a credere di essere ormai arrivati a un livello tale in cui lo studio è superfluo.

Magari lo fosse…

All’ultimo respiro

Molti giocatori non si rendono conto di rischiare la propria carriera, finché non arrivano al punto di non ritorno. Convinti di aver ormai in mano le chiavi del poker, continuano a giocare allo stesso modo anche quando il metagame è radicalmente cambiato. E perdono, perdono, e ancora perdono.

Un comportamento che in realtà è abbastanza comune nella natura umana. L’uomo tende a circondarsi di schemi prestabiliti, di routine, tanto che in molti casi uscire da una comfort zone è più spaventoso che rimanerci, anche se le cose non vanno (più) come dovrebbero.

Si tende, insomma, a ritardare il cambiamento finché non diventa inevitabile, quasi una questione di vita o di morte.

Come evitare di fermarsi

Il lato positivo di questo problema di carattere psicologico è che non si tratta di una situazione traumatica, che avviene dall’oggi al domani. Il processo solitamente è lento, costante. Non è un’automobile che inchioda, è una vettura che rallenta piano piano, fino a fermarsi. Dunque, con un po’ di consapevolezza, è possibile tornare a schiacciare sull’acceleratore prima di ritrovarsi a bordo strada.

I segnali sono abbastanza facili da riconoscere, mettendo da parte l’ego: il winrate diminuisce, le letture sugli avversari spesso sono sbagliate, i range ai quali eravamo abituati cambiano. Con un po’ di autocritica e un bagno di umiltà, riprendere a correre non è impossibile.